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19 gennaio 2012

A colazione mangio latte e biscotti soltanto il sabato e la domenica. Rigorosamente, sabato e domenica. Il latte è sempre lo stesso da anni, ma di biscotti ne ho cambiati parecchi. Alcuni, buoni all'asciutto, se li inumidisci appena si sfaldano come si sfaldano certi palazzoni abusivi buttati giù con le esplosioni programmate. Fattosi pappetta, il biscomostro sprofonda nel fondale della tua tazza inquinando il tuo latte e sì, potrai recuperarlo col cucchiaio solo a prezzo di intensi forzi estrattivi, concentrazione e dispendio energetico. C'è anche l'opposto, ovvero quel biscotto solido e insolubile, che non si ammorbidisce neanche dopo averlo ammollato per ore. E' il tipico biscotto che poi butti nella tazza soltanto per sconforto, e continui a controllare con la punta del cucchiaio sperando che ti dica sì, sono pronto, ma niente, duro come una pietra, e duro come una pietra lo ingollerai, ruminando insieme a quello l'inizio di una spiacevole giornata.

Ma il mio biscotto perfetto l'ho trovato. Lo vendono in un hard discount del mio paese, è di una marca sconosciuta, di quelle che rubano le ricette alle multinazionali e le ripropongono imperfette e a prezzi più bassi. Il biscotto perfetto è lungo, zigrinato ai lati e leggerissimo, tanto che soppesandolo sembra vuoto dentro. Insospettito da questa leggerezza, l'appena sveglio pigiamambulante che sei intinge il biscotto, oppure - come faccio io - lo spezzetta e l'affonda nella tazza. In qualche istante di attesa si consuma il piacevolissimo spettacolo del latte che intrude i fori del biscotto, impregna la pasta friabile e ne cambia il colore. Ma il biscotto non perde la sua identità: resta orgogliosamente biscotto anche adesso che è zuppo di latte fin nel suo granello più nascosto, e galleggia amabilmente sulla tazza, così che tu lo colga, lo adagi nel tuo cucchiaio e lo prendi. Il biscotto perfetto aspetta di toccare la tua lingua per sciogliersi e invaderti  le papille gustative, una per una, col suo sapore pastoso e delicato, ricordandoti nel sospeso rituale del latte e biscotti le tue più tranquille mattine d'infanzia.

Probabilmente una delle aspirazioni più grandi dell'uomo, nel suo vivere sociale, è quella di essere il biscotto perfetto: sapersi amalgamare al mondo e all'inarrestabile flusso vitale al momento giusto, né un istante prima né uno dopo, mantenendo fino a quel momento la sua forma inconfondibile, che in fondo lo rende ciò che è.

11 gennaio 2012
Di ritorno dalla presentazione dell'edizione digitale di Eva (uno dei romanzi "fiorentini" di Verga) alla Biblioteca Regionale di Catania.
Tante le cose da dire e le riflessioni da fare, le leggerete prestissimo su CriticaLetteraria. Intanto, dalle prime pagine del romanzo traggo questa citazione, che per la sua attualità è stata capace di ammutolire l'uditorio.


Però non maledite l'arte che è la manifestazione dei vostri gusti. I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il cancan litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l'arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati. La civiltà è il benessere; ed in fondo ad esso, quand'è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell'antipatia per tutto ciò che non è positivo - mettiamo pure l'arte scioperata - non c'è infine che la tavola e la donna. Viviamo in un'atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.
Non accusate l'arte, che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create, - voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l'onore là dove voi non lasciate che la borsa, - voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori sconosciuti, che l'arte raccoglie e che vi getta in faccia.

G. Verga, Eva, Treves 1873
27 dicembre 2011
A volte mi chiedo cosa si scriverà di questo quindicennio italiano sulle future storie letterarie. Cerco per un attimo di aprire un Luperini, edizione aggiornata del 2030, un Segre-Martignoni o un qualsiasi altro manuale di ampia diffusione. Ultime pagine dell’ultimo volume: le più recenti, le più caotiche, in cui si percepisce con più evidenza lo sforzo dell’antologista che seleziona ed esclude tenendosi in bilico tra gusto, onestà e lungimiranza. Quali nomi strizzeranno l’occhio al giovane studente, figlio degli anni zero? (Ricordo con un piacere colpevole le mie esplorazioni sull’orlo della contemporaneità, fuori dai programmi scolastici: sulle ultime pagine del mio manuale del liceo, tal Poma-Riccardi, ho scoperto diciottenne Volponi, Fortini, Pontiggia, Zanzotto... e si è consumato l’incontro, che mi ha cambiato la vita, con La belva di Pavese).


M’immagino la scena. Il manuale, in formato elettronico, con un tocco sul tablet scorrerà fino all’ultimo capitolo, che forse s’intitolerà Scritture della crisi. Se ne parla già, che siano finte o pretese, ed è assai probabile che l’etichetta confluisca senza intoppi nei manuali. Una breve introduzione – quelle in cui la mia insegnante delle superiori eccelleva, riuscendo a rievocare lo Zeitgeist come se fosse un’aria d’opera musicale – con molte parole nuove di scienza economica e tecnologica per dire una verità vecchia come la scrittura: che l’ars dicendi è arte liturgica e insieme artigianale, libera amante del tempo che alla storia, però, non può sottrarsi. Si dirà di speculazioni e di grandi incertezze, di ombre che, come nell’epica classica, portano una moneta sulla lingua o sulle palpebre.

Nel paragrafo sui generi in voga si parlerà di un’endemica proliferazione di narrativa a tinte scure (noir, pulp, specchi della degradazione) quando non propriamente oscure (in termini di revival del gotico). Si dirà forse, evocando categorie psicanalitiche, che nel segno del mercato si è realizzato un sodalizio autori-lettori, in cui i secondi hanno richiesto e ottenuto dai primi una pagina che sublimasse le proprie inquietudini, serializzando il pathos, una reificazione il cui risultato fosse un grumo sintetico di sangue e fumo. Si dirà forse di una realtà letteraria bifronte, in cui versante popolareggiante e quello intellettualistico hanno colori diversi ma stessa composizione chimica, igienica e appagante, che parla di problemi senza porne nessuno, ingeribile come una droga d’altri tempi.

Verranno grandi pagine sulle nuove forme di comunicazione, sulla trasformazione del ruolo dell’intellettuale – mestiere «perduto» e ritrovato nella democrazia caotica del web – e del lettore, sulla rivoluzione epocale dell’editoria. Con nota a piè di pagina – collegamento ipertestuale, perché non dimentichiamolo, il nostro manuale è un ebook su un tablet, come ne stanno già approntando il Mulino o Zanichelli – qualcuno rimanderà a Gutenberg; ma altri più accorti non dimenticheranno di sottolineare che la rivoluzione della letteratura in digitale sarà senza nome, senza invenzioni nominalistiche, perché lo spirito della rete rigetta l’individualismo.

Si parlerà, infine, di personalità letterarie. E qui il mio finto oroscopo letterario si ferma. Perché, ora come ora, non mi sento in grado di indicare una presenza letteraria che non sia solo una bella promessa, ma una buona proposta. Cause, la ragione di cui sopra: la novità anti-individualistica della cultura contemporanea (quella viva per lo meno), per cui mi sembra di poter dire che la vera innovazione è nell’abnorme lavoro collettivo del dire-narrare. Ma non solo. 

C’è anche, mi pare, una grande assenza. Forse sono una lettrice esigente, ma mi sta capitando sempre più spesso di essere colpita dal lampo di una bella espressione più che da un progetto letterario. Calligrafia anziché architettura narrativa? Il nostro manuale è ancora da scriversi, non è bene rievocare spettri e categorie critiche del passato: verranno riprese a tempo debito, con le approssimazioni, gli eccessi e i difetti che qualunque sistema teorico comporta. Penso spesso, però, a quel titolo che verrà. Scritture della crisi: sempre più spesso, maniere in cui il labor limae c’è ma per venire incontro a un mercato che si narcotizza da sé, che appagano il lettore (quello di oggi) senza interloquire con lui.

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